Il mottetto nel riposo durante la fuga in Egitto di Caravaggio


Il bellissimo dipinto di Caravaggio nella collezione Doria Pamphilj mostra un angelo di spalle intento a suonare un violino - di cui una corda si è spezzata - leggendo le note di uno spartito che San Giuseppe tiene aperto di fronte a lui. Le note ovviamente non erano messe lì a casaccio. Infatti, come si è appurato qualche tempo fa, si tratta di un mottetto del compositore fiammingo Noel Bauldewijn, il cui testo, non riprodotto da Caravaggio, è tratto dal Cantico dei Cantici.

« Quam pulchra es, et quam decora, carissima, in deliciis! Statura tua assimilata est palmae, et tubera tua botris. Caput tuum est Carmelus, collum taum sicut turris eburnea.»
« Veni, dilecte mi, egrediamur in agrum; videamus si flores fructus parturiunt, si floruerunt mala punica; ibi dabo tibi ubera mea. »
 In italiano,
« Quanto sei bella e quanto vaga, o mia carissima prediletta! La tua statura assomiglia a una palma, e i tuoi seni a grappoli d'uva. Il tuo capo è simile al monte Carmelo, il tuo collo a una torre eburnea. »
« Vieni o mio diletto, usciamo nei campi, vediamo se i fiori hanno generato i frutti, se sono fioriti i melograni. Là ti darò il mio seno. »
Secondo Maurizio Calvesi l'intero dipinto sarebbe un'ispirazione al Cantico dei Cantici e il mottetto di Noel Bauldewijn un'allegoria che celebra l'amore mistico dello sposo (Cristo) per la sposa (la Vergine, la Chiesa). Notiamo anche come una scena del Nuovo Testamento, l'apparizione dell'angelo durante la fuga in Egitto, sia simbolicamente ancorata nel testo del Vecchio Testamento a sottolinearne la continuità teologica.  

Peraltro, trattandosi di Caravaggio, non possiamo che ammirare la sublimità aulica dell'angelo e la sua posa sensuale che richiama il contenuto del poema biblico e lo sguardo rapito dell'anziano falegname Giuseppe in estasi di fronte a tanta bellezza e alla rivelazione delle parole del cantico.
 



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Galleria Doria-Pamphilj
Via del Corso 305, Roma

Aperta tutti i giorni dalle 9:00 alle 19:00.
La biglietteria chiude alle 18:00.
Chiusura: 25 dicembre, 1° gennaio, Pasqua.
Aperto anche il 24 dicembre (fino alle 17:00), 1° novembre, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile e 1° Maggio.
Per i gruppi è consigliata la prenotazione.


Biglietti
Intero: € 12,00
Ridotto o gruppi, giovani dai 6 ai 26 anni: € 8,00
Gratuito: bambini fino a 5 anni
Biglietto famiglie: € 40,00 (2 adulti e 3 bambini dai 6 ai 18 anni compiuti)
Biglietto scuole: € 5,00 (min. 12 studenti)


Sito web: http://www.doriapamphilj.it/roma/la-galleria-doria-pamphilj/ 

 

Lénine et Trotsky à Paris






Dans le cadre de la préparation de notre guide sur les révolutionnaires bolcheviks à Paris, nous avons créé une carte de la ville avec un répertoire des lieux qui ont été fréquentés par les révolutionnaires entre 1902 et 1916. Lénine, Trotsky, Zinoviev, Kamenev, Lounatcharsky, Krupskaya, Armand et bien d'autres, ont séjourné dans la ville lumière à un moment donné. Krupskaya, la femme de Lénine, compte au moins une quarantaine de militants bolchéviks actifs à Paris vers 1909-1911, sans compter les sympathisants qui étaient bien plus nombreux.
Trotsky, Lénine et Kamenev (1918)
À ceux-là s'ajoutent les membres des fractions mencheviques, des otzovistes, et en plus les socialistes révolutionnaires (les SR) et les anarchistes. Il n'est pas surprenant que dans certaines réunions des principaux dirigeants des mouvements russes on ait pu compter plus de 600 participants. Les services secrets russes, la redoutable Okhrana, s'étaient également bien installés rue Grenelle à Paris, qui était devenu leur centre d'opérations en Europe. Au moins 40 agents surveillaient les agissements des groupes révolutionnaires russes.

Lénine, qui avait visité la ville à plusieurs reprises avant la révolution de 1905, s'installa à Paris entre décembre 1908 et juin 1912 et revint pour un bref séjour en janvier 1914. Trotsky y vécu en 1902-1903 et à nouveau entre octobre 1914 et septembre 1916.

AppStore
Le guide est disponible pour iPhone/iPad sur le AppStore de Apple sur cette page.


Voici la carte de Paris. avec les points d'intérêt (principalement) des bolcheviks ainsi que les parcours du guide que nous avons publié pour iPhone/iPad. Ce plan sera mis à jour au fil du temps. En ouvrant le panneau latéral vous pourriez trouver une légende ainsi que les étapes des deux parcours.



Piranesi studioso del Mausoleo di Adriano


In occasione della pubblicazione della guida su Castel Sant'Angelo ci siamo interessati un momento alla bellissima serie di disegni del mausoleo di Adriano realizzati da Giovanni Battista Piranesi. La applicazione-guida di Castel Sant'Angelo per iPhone/iPad può essere scaricata qui.

Giovanni Battista Piranesi fu un grande studioso dell'arte romana e si fra gli altri monumenti dell'antichità si interessò anche molto a Castel Sant'Angelo. Nato nel 1720 a Mogliano Veneto, all'epoca sotto dominio della Serenissima, Piranesi si avvicina all'antichità classica e all'arte grazie alla sua famiglia. Suo fratello Andrea lo introduce alla cultura latina mentre lo zio, magistrato delle acque a Venezia, lo inizia all'architettura e al patrimonio monumentale.

A Roma dal 1740, al seguito dell'ambasciatore di Venezia presso la Santa Sede Marco Foscarini, risiede a Palazzo Venezia e entra in contatto con cerchie artistiche, prime fra tutte quelle francesi della Accademia di Francia. Dalla collaborazione con alcuni artisti francesi nascono le prime serie di vedute e disegni architettonici.

Il suo interesse per l'antico, il simbolico e l'invenzione è quel che caratterizza di più l'arte del Piranesi. Questo interesse lo portò ovviamente ad interessarsi al monumento per eccellenza della antica Roma, il mausoleo di Adriano, luogo di sepoltura degli Antonini fino all'inizio del 200 d.C.

Grazie alla sua vicinanza al Vaticano e alla sua costruzione, Castel Sant'Angelo aveva subito nel tempo molte trasformazioni, che ne fecero via via una fortezza quasi inespugnabile, una residenza papale e infine prigione pontificia con annessa Sala della Giustizia nella quale si celebrarono diversi processi del Sant'Uffizio.

Come altri monumenti romani, il Castello offre a Piranesi molti spunti per il suo impegno nel ricostruire le antichità romane al punto da dedicargli diverse tavole nel suo volume sulle antichità romane.

In esse, Piranesi ricostruisce l'antico mausoleo, si sofferma sulle tecniche di costruzione antiche e analizza materiali e strutture portanti dell'edificio.

La sua descrizione inizia una pianta del mausoleo e del ponte antistante.

A. Pianta dell’Avanzo del Mausoleo di Adriano Imp.re ridotto poi in Fortezza, ed ora chiamato Castel Sant’Angelo. Egli se lo fece innalzare prima della sua morte in riva al
Tevere negli Orti di Domizia, luogo amenissimo a fianco del superbo Sepolcro d’Aug.to e dirimpetto ai nobili edifizj del Campo Marzo, la magnificenza de’quali uguagliava, anzi superava certam.te.
B. Bassam.to quadrato, in oggi coperto dal terreno.
C. Masso composto di scaglie di Selce, Calce, e Pozzolana, spogliato de’suoi ricchi Ornam.ti ed’ogni suo Marmo a riserva di qualche avanzo di grossi Peperini, che tutto all’intorno lo vestivano.
D. Ingresso turato quando la Mole fu convertita in Rocca.
E. Pertugio fatto 15 anni sono dal Castellano, affin di poter salire, e calare per mezzo di una sedia pensile dalla cima del Castello sino al piano; qual foro fu fatto turare tostam.te da Papa Corsini.
F. Corritoj, che girano d’intorno.
G. Stanza nel mezzo.
H. Pianta del.e Pile del Ponte, oggi detto pure Sant’Angelo, fabbricato dallo stesso Imp.re per unire il suo Sepolcro al Campo Marzo.
I. Scala, per cui dal Fiume salivasi a’primi Piani della Ripa.
K. Campo Marzo.
Più avanti egli realizza una sezione dei resti ancora esistenti del mausoleo antico all'interno del castello. Qui si possono riconoscere gli spaziosi Corritoj che girano all'intorno (I), gli Sfogattoj, o Pozzi, i quali dalla Cima calavano sino al fondo della Fabbr.a. (H), la sala che, secondo Piranesi, avrebbe potuto ospitare le ceneri dell'imperatore (B).


Come stabilito in tempi più recenti, la pianta originale del mausoleo è diversa da quella immaginata dal Piranesi ed assomiglia più all'immagine che segue. Laddove Piranesi immaginava una serie di corridoi paralleli, figurava in realtà un unico ampio corridoio elicoidale, oggi interrotto, che conduceva alla cosiddetta «stanza delle urne».


Piranesi assegna una grande importanza ai basamenti e strutture portanti del mausoleo e del ponte. La fondamenta considerabile per la materia, per il lavoro, per la sua estensione, e profondità, niente meno era neccessario per sostenere una Mole sì grande, e tale, che avesse a durare, secondo l’idea del Fondatore, per tutti i secoli avvenire. Egli loda l'architetto, il quale ha saputo, e potuto in quest’Opera accoppiare ad un tratto maravigliosam.te la Bellezza, e la Forza. 



Del monumento antico studia con attenzione l'ingresso alla sala delle urne,
VEDUTA di un’Ingresso alla Stanza superiore dentro al Masso sepolcrale d’Elio Adriano Imp.e A Stipite formato in parte dai Cunei di Travertino, i quali compongono il grand’Arco nella Parete, B; et in parte da Corsi orizontali pure di grossi Travertini, i quali sono posti sotto all’Arco stesso, come riempitura. Questo grand’Arco maravigliosam.te rinforzato ne’ suoi lati quanto di resistenza fa al gravissimo peso del Masso, postogli sopra, altrettanto sollieva le Pareti, che gli stanno sotto; Cosicchè il Vano delle due Porte nulla toglie di robustezza alla Fabbrica. C Linea, la quale dimostra la Volta degli Anditi, descritti nelle Tav. antecedenti. D Spazio, o sia Porzione de’ sudd. ti Cunei, la quale resta scoperta sotto la Volta medesima degli Anditi. In chiunque entra quivi a mirare sì enormi Sassi con tanta maestria connessi, et impernati, fann’essi un’alta impressione di estraordinaria gravità e sodezza; la quale, si può dire, che non cede punto a quella delle rinomate Piramidi d’Egitto. E Bozze, le quali servivano per addattarvi le funi, et alzare in opera i Cunei, come abbiamo dichiarato in più luoghi di quest’Opera. F Stanza con Volta a botte, ricoperta di moderna intonicatura. G L’altro Ingresso, o Porta simile alla descritta.

Le lodi di Piranesi si estendono anche al leggiadro Ponte, il quale conservasi stabile intatto contro l’urto di frequent’innondazioni per il corso di tanti secoli. Egli si sofferma sull'uso di cunei negli archi centrali del ponte notando come conferiscano maggiore resistenza alla costruzione sottoposta alle forze della corrente del fiume.
 



Nella tavola seguente Piranesi mostra con maggiore dettaglio il finissimo lavoro degli architetti e il taglio e disposizione delle pietre per dare maggiore solidità al ponte.
Qui poniamo sotto gli occhi tutto l’interiore immenso lavoro di codest’insigni Monum.ti, in cui si dee considerare non solam.te la vasta loro estensione, e profondità; ma la connessione, e concatenazione delle Pietre, la varia grandezza loro, et in quanto diverse maniere poste in opera; come quelle per in piedi segnate V, quasi piantate nel letto del Fiume, per rendere le Pile più stabili, e resistenti: la disposizione, et il contrasto degli Archi, tra quali osservabile sopra ogn’altro appare l’indicato in X: e poi il grand’Ammasso di ben congiunti Peperini Y, a punta di diamante formato, e posto sotto il centro della gran Mole, per fare validissima resistenza all’enorme sua restremat’altezza. Meritano attenzione ancora gli altri Corsi e sotterranei, e sopra terra, tanto di Pietre, che di Cementi, con artificiosa simmetria distribuiti, e vicendevolm.te tra loro collegati, per istabilire, quanto più armoniosa, tanto più forte la loro costruzione.


Dalle tavole e descrizioni emerge ancora una volta la grande ammirazione che portava Piranesi per le tecniche costruttive dei romani.



È uscita la nuova app su Castel Sant'Angelo


È uscita la nostra nuova guida, la prima di Roma, dedicata a Castel Sant'Angelo scritta da Claudia Viggiani. La guida, la prima di questo genere a Roma, è completata dalla lettura del testo con le voci di Giacomo Rosselli e Caterina Genta e la partecipazione di Pietro Biondi che interpreta una delle poesie del Belli. La guida app è disponibile per iPhone/iPad sullo store della Apple. Riproponiamo qui un estratto dall'introduzione.

Castel Sant'Angelo domina il panorama di Roma con la sua imponente mole. Uno dei monumenti simbolo della città, fu innalzato sulla riva destra del Tevere, nei pressi del Vaticano, per volontà dell'imperatore Adriano che lo fece costruire come mausoleo dinastico della famiglia imperiale.
Al tempo stesso l’imperatore volle rendere immortale la sua fama e tramandare la visione che egli aveva dell’universo, influenzata, fra l'altro, dalla teoria tolemaica. Scelse quindi di edificare un monumento a pianta quadrata, entro la quale era inserito un cerchio; nel cerchio era inserito un altro quadrato e poi, forse, nel quadrato ancora un altro cerchio.

Nella cultura di Adriano il cerchio e il quadrato simboleggiano l’Uno e il Molteplice, la Divinità e il Creato, lo Spirito e la Materia, l’Anima e il Corpo, che dialogano tra loro in un meraviglioso equilibrio armonico. Eretto quindi come luogo di sepoltura dalla forte valenza simbolica, l’edificio fu però presto abbandonato e riutilizzato come rifugio dalla popolazione romana, costantemente minacciata da feroci invasori.

Fu così adattato a fortilizio e poi trasformato in un vero e proprio castello cinto di mura con bastioni ai quattro angoli. Nel corso di circa quattro secoli, nuove strutture si sovrapposero a quelle preesistenti, snaturandole, modificandole e talvolta cancellandole, in un processo di trasformazioni che si compenetrarono l'una nell'altra senza soluzione di continuità, sino all'epoca più recente.
La possente struttura di Castel Sant'Angelo, che ha da tempo immemore la fama di "fortezza inespugnabile" di Roma, frequentata dai pontefici in ogni situazione di minaccia, è quindi in realtà un organismo sfaccettato e complesso, del quale fanno parte le strutture del primitivo mausoleo imperiale, del successivo apparato difensivo e del più tardo nucleo abitativo, costituito dall'insieme degli appartamenti pontifici, dalla cappella, dai magazzini e dalle prigioni.

Il castello che, a seguito degli ultimi restauri, appare oggi forse più accogliente e spoglio rispetto all'epoca dei pontefici che vi soggiornarono, custodisce ancora al suo interno, gelosamente, ciò che rimane della struttura originaria. Ma quasi più niente è invece rimasto di epoca medievale:  nel Rinascimento infatti i papi  preferivano distruggere il "vecchio" per costruire il "nuovo", utilizzando quelle murature o strutture già esistenti che potevano accelerare i tempi, sempre molto ristretti, di costruzione o di ristrutturazione.

Nel visitare questo monumento così intricato dovremo quindi cercare di ricreare gli spazi e le dimensioni non più esistenti. Dovremo pensare al brulichio delle persone, agli odori e ai suoni provenienti dai luoghi più disparati del castello, come le cucine, le armerie, le carceri, le stalle, i corpi di guardia, la cappella, gli appartamenti pontifici.

Passeggiare al suo interno ed affacciarsi dalle sue terrazze sarà per noi un’esperienza non solo estetica ma anche e soprattutto storica che ci permetterà di rivivere in parte la secolare storia, a tratti crudele, affascinante e intrigata di Roma.

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Claudia Viggiani
Sono una storica dell’arte, con laurea in storia dell’arte moderna, un diploma di specializzazione post laurea in storia dell’arte medievale e moderna, entrambi rilasciati dall’Università La Sapienza di Roma, e un master in turismo culturale. 
Appassionata della storia dell’arte della mia città, da circa vent'anni anni fornisco consulenze in materia di cultura e svolgo l’attività di scrittrice e ghost-writer.

Lénine et Trotsky à Paris


Notre prochain guide parisien est dédié à la révolution d'Octobre, en particulier au séjours de Lénine, Trotsky et d'autres bolcheviks à Paris dans les XIIIe et XIVe arrondissements. Voici une présentation générale du guide dont la sortie sur iPhone/iPad est prévue pour la fin du mois de d'août.

Ce guide paraît à l'occasion du centenaire de la Révolution d'Octobre ; un événement qui a grandement influencé l'histoire du XXème siècle. Nous nous pencherons ici sur le séjour parisien de quelques-uns des dirigeants révolutionnaires et communistes du Parti Ouvrier Social-Démocrate de Russie qui avaient privilégié la Ville-Lumière avant et en partie pendant la première guerre mondiale.
Après la Révolution de 1905, Paris devient en effet le foyer principal de l'émigration politique russe.
Les agissements des services secrets tsaristes en Suisse, et les mesures policières que le gouvernement helvétique a mis en place suite aux pressions de la Russie convainquent Lénine de quitter ce « trou » qu'est selon lui Genève. Il débarque à Paris en décembre 1908 avec ses camarades du centre bolchevik, notamment Kamenev et Zinoviev, ainsi que l'équipe des typographes, et l'imprimerie des journaux révolutionnaires clandestins.

Discours de Lénine à Petersbourg. Sur le côté Trotsky
La police française estimait à environ 25 000 le nombre des émigrés russes à Paris en 1907, dont « 1550 terroristes, pouvant se décomposer en 550 anarchistes et 1000 révolutionnaires » D'autres sources mentionnent une communauté de 80.000 ressortissants.

Entre 1909 et 1912 un noyau d'une quarantaine de bolcheviks est basé à Paris de façon stable. Parmi eux Lénine et son épouse Nadejda Kroupskaïa, Zinoviev et sa femme Zlata Lilina, Kamenev avec Olga (la sœur de Trotsky), Inessa Armand, Ludmila Stal, Serafima Gopner, Aline (l'auteur de "Lénine à Paris"), Semaschko, Vladimiriski et bien d'autres. À ceux-là s'ajoutent les membres du POSDR qui ont appartenu à la fraction bolchévique, comme Alexinski, Lounatcharsky et Bogdanov, ou des mencheviks comme Martov, Tchitcherine et Dan. Certains d'entre eux adhéreront au Parti Communiste de Russie (bolchevik) en 1917. Trotsky y séjourne à deux reprises, en 1902-1903 — époque où il rencontre sa deuxième épouse Natalia Sedova — et en 1914-1916 après avoir été obligé de quitter Vienne. D'autres, comme Kamski, Rykov, Tomski, Chouliatov et Piatnitzki, seront de passage pour des réunions ou de brefs séjours.

Carrefour Alésia (Place Victor et Hélène Basch) au début du XXe siècle
Les yeux des exilés politiques russes sont braqués sur les événements de Russie. Les contacts avec les socialistes français sont relativement faibles, et se font par l'intermédiaire d'émigrés déjà implantés en France et qui ont adhéré aux organisations socialistes françaises, tels Charles Rappoport — directeur de plusieurs journaux — et le socialiste-révolutionnaire Elias Roubanovitch ; ce dernier couvrant pour « l'Humanité » les affaires russes. Certes, Lénine s'intéresse aussi aux événements qui concernent le mouvement ouvrier français, entre autres aux élections politiques de 1910. Il participe à des manifestations majeures organisées par les socialistes, telles que la commémoration de la Commune de Paris ou les funérailles de Paul et Laura Lafargue. Mais, en général, les bolcheviks se tiennent à l'écart des débats du mouvement ouvrier français. Après le début de la guerre et les divisions au sein de l'Internationale, Trotsky nouera des contacts réguliers avec les dirigeants du parti socialistes français qui se seront opposés à des degrés divers à la ligne pro-gouvernementale du parti.
Au sein de l'Internationale Socialiste, les Russes sont plus actifs. Les deux fractions principales et les autres groupes s'y livrent une âpre bataille. L'Internationale intervient à plusieurs reprises pour apaiser les esprits et proposer des compromis, mais ces tentatives échouent immanquablement.

Léon Trotsky
Pour le gouvernement français la surveillance des exilés russes n'est pas une priorité absolue. Le gros du travail est assuré par l'Okhrana dont les bureaux étrangers ont leur centre à Paris, 79 rue de Grenelle. Elle dispose d'une cohorte de mouchards et d'infiltrés. Le désintérêt des autorités françaises (et même du parti socialiste français) est tel que Lénine y fait figure d'illustre inconnu selon l'historien Jean Fréville qui écrit :
« Pour les autorités françaises, Lénine n'est qu'un émigré parmi d'autres, le chef d'un groupement, d'une fraction dont il semble difficile d'évaluer l'importance réelle et de prédire l'avenir politique. La presse l'ignore, ne signale pas ses conférences, ses articles, ses déplacements. […] Quand le Congrès de Copenhague s'ouvre par la réunion du Bureau socialiste international, l'Humanité ne mentionne pas, dans son numéro du 29 août 1910, Lénine 'parmi les militants les plus connus', se contentant de citer pour les Russes le socialiste-révolutionnaire Roubanovitch. […]. La Préfecture de police ne s'occupait guère de ces émigrés […]. Elle ne s'y intéressait que dans des cas définis, sur la demande expresse du Quai d'Orsay, ou du Ministère de l'Intérieur, que harcèlent [l'ambassade russe et l'Okhrana]. […] Le beau monde ignore tout de Lénine ». (Jean Fréville, Lénine à Paris)
Vladimir Ilitch Oulianov "Lénine"
On ne manquera pas d'évoquer un peu la vie de tous les jours des révolutionnaires russes. Il faut dire qu'ils avaient en général un train de vie très modeste. La plupart des émigrés politiques installés à Paris étaient issus de familles ouvrières ou sans ressources propres. Bien que ce soit dans une moindre mesure qu'à Londres, la vie à Paris demeurait chère pour eux. Quels cafés fréquentaient-ils ? Martov était un habitué des cafés de Montparnasse : on le trouvait souvent à La Rotonde. Tout comme Trotsky, Lénine ne fréquentait pas les "cafés de la bohème". Il privilégiait ceux de son quartier. Il y jouait parfois aux échecs. Mais il avait un autre passetemps qui consistait à se promener à vélo avec Nadejda. Il partait avec elle pour de longues promenades à la découverte de Paris et surtout de ses environs. Il était attiré par les terrains d'aviation, discipline nouvelle à laquelle il s'intéressait particulièrement.

Le lien communautaire entre les exilés était très fort. Ils se retrouvaient dans les nombreuses cantines russes et des cafés, ou encore dans les bibliothèques. Les conférences politiques étaient très fréquentées. Le nombre des participants à celles de Lénine oscillait entre 200 et 600 personnes. Très populaire parmi les socialistes russes étaient les chansons du « chanteur engagé » Montéhus, avec qui Lénine noua des liens d'amitié. Paris inspira aussi quelques amours : Trotsky y rencontra sa seconde femme, Natalia Sedova. Lénine eut une liaison sentimentale et même amoureuse avec Inessa Armand. On rencontrait au hasard des allées du parc Montsouris certains révolutionnaires poussant une voiture d'enfant.

Inessa Armand
Les Russes dans le XIVe arrondissement. La grande majorité des exilés russes avait trouvé à se loger dans le 14e et le 13e arrondissement. C'est dans ce quartier également qu'étaient établies de nombreuses organisations de soutien aux émigrés, telles que la bibliothèque russe et la bibliothèque Tourgueniev, le bureau russe du Travail, différentes cantines et centres d'accueil, instituts de formation, centres d'études universitaires, églises orthodoxes, syndicats et imprimeries.

Nous nous pencherons dans ce guide sur les alentours du Petit Montrouge et du Parc Montsouris, secteur dans lequel nous pourrons suivre les traces de la plupart des dirigeants du parti ouvrier social-démocrate de Russie (POSDR) et de ses différentes fractions, ainsi que des imprimeries de leurs journaux.

Le café le Lion au 5, avenue d'Orléans (aujourd'hui avenue Général Leclerc)

Museo della Navigazione delle Acque Interne - Capodimonte




È uscita la nuova guida per iPhone/iPad realizzata da Blue Lion Guides per conto del Museo della Navigazione delle Acque Interne di Capodimonte, un museo archeologico e antropologico, fondato nel 2010 e ospitato nellántica struttura del mattatoio comunale. Il museo nasce principalmente per esporre la piroga monossila dell’Isola Bisentina, rinvenuta nel 1989. La guida gratuita comprende un percorso del museo e una passeggiata per Capodimonte e dintorni. Può essere scaricata dall'AppStore clickando su questo link.

Prima di iniziare il percorso di visita, sostiamo qualche minuto in una piccola antisala dove un filmato dai suggestivi effetti di suoni e di luci ci condurrà nelle profondità del Lago di Bolsena, nel punto in cui alcuni decenni fa avvenne la scoperta della piroga dell’età del Bronzo. Da qui, oltrepassata la grande porta scorrevole, accediamo alla prima sala espositiva in cui campeggia l’imbarcazione protostorica, racchiusa in una teca piramidale. Il pavimento di cristallo che lascia scorgere in trasparenza la riproduzione del fondale del lago, realizzato in resina, offre la sensazione di trovarsi sulla superficie dell’acqua. L’imbarcazione, dunque, ci appare come se galleggiasse ancora. Alle spalle della teca, una gigantografia del lago e dell’Isola Bisentina ci ricorda il punto in cui fu rinvenuta l’imbarcazione.

Ora avviciniamoci al reperto: notiamo che si tratta di un unico tronco di legno, scavato con i rudimentali ma efficaci strumenti risalenti a più di tremila anni fa.
La piroga fu rinvenuta nel 1989, nel corso di ricerche subacquee svolte, in quegli anni, dal Museo Territoriale del Lago di Bolsena. In base alle analisi effettuate con il metodo del radiocarbonio, l’imbarcazione risalirebbe ad un’età compresa tra il 1365 e il 1020 a. C., ovvero all’età del Bronzo Finale. Il tipo di legno utilizzato è il faggio, una specie arborea attualmente non presente in queste zone ma diffusa in aree più elevate, come i Monti Cimini. Questo ci consente di ipotizzare condizioni climatiche e ambientali differenti dalle attuali, durante l’età del Bronzo, nella zona del Lago di Bolsena.
Le sue due estremità erano sicuramente identiche e pertanto potevano fungere indifferentemente da prua e da poppa. Osservando più da vicino l’estremità meglio conservata, cioè quella rivolta verso la porta da cui siamo entrati, si può vedere chiaramente una forma a semicerchio, probabilmente ciò che resta di un anello intero. Si presume che la piroga fosse dotata di due anelli, uno per ogni estremità. Riguardo la loro funzione, si è ipotizzato che potessero servire o per le manovre di ormeggio oppure per collegare tra loro due o più piroghe, riproducendo una sorta di “catamarano”, come ci mostra il modellino che vedremo nella terza sala espositiva.
Sul fondo della piroga sono presenti anche due serie di fori passanti chiusi da tasselli, aventi forma circolare e rettangolare: probabilmente sono serviti al costruttore per controllare lo spessore del fondo della barca durante la lavorazione dello scafo, operazione che non poteva essere svolta a vista come per le fiancate. Una volta terminato il lavoro, i fori venivano poi richiusi con tasselli in legno.


La “naue” del Lago di Posta Fibreno (Frosinone)

Naue del lago di Posta Fibreno. [Foto: Ass. Arbit]
La piccola imbarcazione qui esposta è tipica del Lago di Posta Fibreno, in provincia di Frosinone, un bellissimo specchio d’acqua caratterizzato da acque trasparenti e molto pescose. Queste barche da pesca avevano le estremità uguali, senza differenze tra prua e poppa. Per la loro fabbricazione si utilizzavano assi di legno di un tipo di quercia conosciuto con il nome di “roverella”, tenute insieme per mezzo di chiodi forgiati a mano. La giunzione tra le assi era rinforzata anche da collanti naturali, in particolare un impasto di muschio e farina, molto resistente. La “naue” era una imbarcazione solida, in grado di trasportare un carico anche di 7/8 quintali. Per navigare si usavano un lungo remo in legno di pioppo, detto “pala”, e un altro tipo di remo, il “palone”, che serviva per spostarsi in acque più profonde. Avendo la forma di cucchiaio, il “palone” era utile anche per svuotare l’acqua che poteva depositarsi nel fondo della barca durante la navigazione. Questo tipo di barca fu utilizzato sino alla metà del secolo scorso soprattutto dai pescatori ma anche dai contadini che dovevano trasportare il raccolto e le erbe acquatiche che servivano da foraggio per i bovini.

La “bbarka”: l’imbarcazione tipica del Lago di Bolsena

L’ultima barca da ammirare è un’opera di Luigi Papini, l’ultimo “mastro d’ascia” del Lago di Bolsena.  Papini appartiene ad una famiglia che ha realizzato le barche per i pescatori del Lago di Bolsena (ma anche dei Laghi di Vico e di Bracciano) per ben quattro generazioni. La loro falegnameria era ubicata a Bolsena.

Reti Capodimonte Sala Fanelli.jpgI legni usati per costruite le “bbarke” sono stati vari nel corso del tempo: dapprima si è usato il cerro, un tipo di quercia che cresce nei boschi e nelle macchie della zona del Lago di Bolsena; poi sono stati utilizzati legni esteri come il mogano e poi il durissimo legno africano iroko, dopodiché è subentrata la resina che ha sostituito definitivamente il legno e ha posto termine all’attività dei mastri d’ascia.
La barca esposta nel nostro museo è realizzata eccezionalmente in legno di pino (più economico), ma le matee sono in legno di olivo, secondo l’uso tradizionale. La lunghezza di queste barche era di 6,50 m e con le due estremità arrivavano a circa 7,20 m. Il rispetto di queste misure era fondamentale per assicurare la stabilità della barca. Quando ancora non venivano impiegati i motori, fino agli anni Cinquanta, talora si faceva ricorso ad una sorta di vela, chiamata “copertaccia”, che veniva collocata su un bastone inserito in un foro nel sedile vicino alla prua.

I remi erano costruiti in legno di castagno: si usuravano rapidamente per cui era necessario costruirne di nuovi con una certa frequenza. Avevano nomi diversi a seconda della posizione: uno si chiamava “ròsta” (svolgeva la funzione di timone) e l’altro “rièmo”. I remi venivano legati agli scalmi  con lo “stròpio”, che solitamente era una corda ricavata da pezzi di rete. Un altro pezzo di rete, detto “mozzo”, veniva collocato sul bordo della barca, nel punto in cui poggiavano i remi, per evitare l’usura del legno in quel punto.

Con l’introduzione della vetroresina per la costruzione delle barche, Luigi Papini ha interrotto la sua attività. Le ultime barche in legno sono state realizzate dal mastro d’ascia per il Palio del Lago, la regata storica con le barche tipiche del Lago di Bolsena, che si è svolto dal 1996 al 2001.
Video icon BL.png Sul Canale Youtube del museo è possibile visionare il documentario "L'ultimo mastro d'ascia. Un viaggio nelle memorie", soggetto e regia dell'antropologa Ebe Giovannini e dell'archeologo Maurizio Pellegrini, realizzato appositamente per il Museo della Navigazione. Visualizza il video
I due autori intervistano Luigi Papini e alcuni anziani pescatori di Marta, borgo di pescatori posto a poco più di due chilometri da Capodimonte, in cui la tradizione della pesca è ancora molto viva ed è famoso il pittoresco "borgo dei pescatori" dove si possono ammirare le barche con le reti stese ad asciugare lungo la spiaggia. Alcune scene del documentario mostrano la barca realizzata dall'ultimo mastro d'ascia del Lago di Bolsena durante le fasi di posizionamento all'interno nostro museo, dove si trova attualmente. Di recente la barca è stata impreziosita dalle reti donate da Elio Natali, anziano pescatore di Marta.



Le café de la Mairie, ou comment passer une journée normale dans un café du coin

Voici un extrait de notre guide sur les cafés historiques de Paris - Rive Gauche, par Paulina Spiechowicz. Disponible sour format application pour iPhone/iPad.

Combien de facettes peut-il avoir un lieu ? Combien de nuances, de lumières, de saisons et de possibilités ? Le café de la Mairie, situé au 8 place Saint-Sulpice, à droite de la cathédrale (la même qui garde secret l'un des plus beaux chefs d'œuvres de Delacroix, La lutte de Jacob avec l'ange),  représente l'endroit qui, par excellence, nous donne accès à toute envie de voyeurisme et de mise à l'éprouve du hasard par le réel. C'est par ce biais que débute l'un des textes qui ont rendu célèbre le café. C'était le 18 octobre 1974. Georges Perec s'y installa et commença à écrire :

La date : 18 octobre 1974
L'heure 12 h. 40
Le lieu Café de la Mairie.
Plusieurs dizaines, plusieurs centaines d'actions simultanées, de micro-événements dont chacun implique des postures , des actes moteurs , des dépenses d'énergie spécifiques : discussions à deux , discussions à trois, discussions à plusieurs : le mouvement des lèvres, les gestes , les mimiques expressives
modes de locomotion : marche, véhicule à deux roues (sans moteur, à moteur), automobiles ( voitures privées, voitures de firmes, voitures de louage, auto-école), véhicules utilitaires, services publics, transports en communs , cars de touristes
modes de portage (à la main, sous le bras , sur le dos )
modes de traction (cabas à roulettes)
degrés de détermination ou de motivation attendre , flâner , traîner , errer , aller, courir vers, se précipiter (vers un taxi libre, par exemple), chercher , musarder, hésiter, marcher d'un pas décidé
positions du corps : être assis (dans les autobus , dans les voitures , dans les cafés, sur les banc s )
être debout (près des arrêts d' autobus , devant une vitrine (Laffont, pompes funèbres), à côté d'un taxi (le payant)
Trois personnes attendent près de l'arrêt des taxis.  Il y a deux taxis, leurs chauffeurs sont absents (taxis capuchonnés)
Tous les pigeons se sont réfugiés sur la gouttière de la mairie.
Un 96 passe.  Un 87 passe.  Un 86 passe.  Un 70 passe.   Un camion « Grenelle Interlinge » passe.
Accalmie.  Il n'y a personne à l'arrêt des autobus .
Un 63 passe.  Un 96 passe
Une jeune femme est assise sur un banc , en face de la galerie de tapisseries « La demeure » elle fume une cigarette.
Il y a trois vélomoteurs garés sur le trottoir devant le café.



28-Georges-Perec-Café-de-la-Mairie-Place-St-Sulpice-1974.-Foto-Pierre-Getzler-1.jpegGeorge Perec au Café de la Mairie
Photo: Pierre Getzler, 1974
Georges-Perec.jpegGeorges Perec

C'est Une tentative d'épuisement d'un lieu parisien, bref récit où Georges Perec cherche de s'emparer d'un lieu, de l'intégrer dans son regard et de le décrire minutieusement, comme s'il était un appareil photographique, une photocopieuse, ou bien un espion. Il ne fut certes pas le premier à s'intéresser au lieu. Jadis Djuna Barnes avait franchit les portes du cafés. Dans les années quarante, l'écrivain américain y écrit son livre emblématique Nightwood (La foret de la nuit), et utilise l'endroit comme scenario : « Tout près de l'église Saint-Sulpice, au coin de la rue Servandoni, habitait le docteur. Sa petite silhouette traînassant était un trait de la place. Pour la propriétaire du Café de la Mairie du VI, c'était presque un fils. Cette place relativement petite à travers laquelle des lignes de tramway couraient dans plusieurs directions, bord d'un coté par l'église et de l'autre par la justice de paix était la « cité » du docteur […] Parfois, tard dans la nuit, on le voyait, avant qu'il s'enfonçât dans le Café de la Mairie du VI, tressaillir à la vue des énormes tours de l'église qui s'élevaient dans le ciel, disgracieuses mais rassurantes ».

Dans les mêmes années on y retrouve aussi Georges Bataille, Pierre Klossowski, Patrick Waldberg et d'autres membres du Cercle communiste démocratique de Boris Souvarine de Contre-attaque, du Collège de Sociologie ou d'Acéphale. André Breton y attire ses fidèles et ses nouveaux convertis à son retour de New York. Alberto Giacometti y vient aussi.
W -Portrait_of_Boris_Souvarine_(s.d.).jpgPortrait de Boris Souvarine, Paris

Dans l'après guerre, c'est la nouvelle génération d'écrivains, d'éditeurs et de critiques d'art qui prend le relais sur l'endroit. On y voit le jeune Christian Bourgois avec Jean-Christophe Bailly.  Ils y sont aussi les stars d'autres alpes, qui viennent à Paris en incognito, comme Marcello Mastroianni, qui a ses habitudes au café et qui y vient régulièrement. Quelques années plus tard, l'établissement sera la retrouvaille de Jean-François Bory et du cercle de l'École de Saint-Sulpice, dont Hélène Delprat, William Mackendree, Gilles de Bure, Simon Lane, François et Jean Lamore, Santiago Arranz, Gerard de Cortanze, Eric Koehler.

Il y a peu de temps on y croisait Umberto Eco ou encore Mario Vargas Llosa, qui habite à coté. Ce dernier lui rend des hommages déguisés: « Flora Tristan, le personnage principal de mon dernier roman, voyait de ses fenêtres les tours de Saint-Sulpice. » C'était par ailleurs la même vision jadis offerte à Henry Miller: « Les gros clochers, les affiches gueulardes sur la porte, les cierges flambant à l'intérieur. La place si aimée par Anatole France, avec ce ronron bourdonnant de l'autel, le clapotis de la fontaine, le roucoulement des pigeons, les miettes qui disparaissent comme par enchantement [...] Saint-Sulpice n'avait pas alors grand sens pour moi » (Tropique du Cancer, p. 42.).

Texte: Paulina Spiechowicz

Le Palais-Royal, havre de la séduction à Paris


Le Palais-Royal était un haut lieu de culture (théâtres, opéra, libraires), fréquenté par le beau monde et les grands philosophes (Diderot, Rousseau, etc.). Des événement importants y eurent lieu, notamment l'émeute du 10 juillet 1889 qui précéda la prise de la Bastille. Quelques années plus tard, Napoléon y rencontra sa future épouse Marie Josèphe Rose Tascher de La Pagerie, dite Joséphine de Beauharnais, alors amante de Paul Barràs. Mais les lieux inspiraient aussi d'autres affairements un peu moins avouables: au XVIIIe siècle et au tournant du XIXe siècle le Palais-Royal était la citadelle de la vie nocturne et de la débauche parisienne. 


Au XVIII et XIX siècle, en passant par la Révolution, le Palais Royal était le haut-lieu de la galanterie parisienne. D'abord sous l'Ancien Régime, les activités étaient hors la porté de la police car le Palais était un domaine royal auquel ne pouvaient pas accéder les forces de l'ordre. Le voisinage avec la Comédie française, reconstruite par le futur Philippe Égalité, le cousin d'Orléans du roi qui en vota la mise-à-mort, qui était propriétaire du domaine, et d'autres salles de spectacles du Palais-Royal et proches des boulevards, assurait la vie nocturne du quartier: tout se beau monde qui sortait du théâtre devait quand-même se divertir dans les cafés ou « boutiques » des alentours! Il y avait aussi des espaces consacrés aux jeux, autre activité interdite, des cafés et d'autres commerces.
Palais-Royal, la sortie du 113, 1815
Sous la Révolution tout changea... sauf la galanterie. Au Palais Royal, qui n'était plus royal du tout et s'appelait désormais « Palais Égalité » ou encore « Maison Égalité », on comptait, selon une brochure de 1790, mille cinq cent filles « bien habillées et bien pomponnées » qui y guettaient jour et nuit leur clients, que on surnommait les « pigeons ». Si quelques unes « raccrochaient » sans ouvertement, d'autres se cachaient derrière des boutiques qui prétendaient vendre des gants, du tabac, ou des bonbonnières. La Révolution essaye de moraliser les lieux mais sans succès. Selon Clyde Plumauzille*,
Le Palais-Royal constitue par ailleurs un territoire de consommation sexuelle où la prostitution côtoie le commerce d’ouvrages pornographiques et les spectacles érotiques : cette concentration et cette spécialisation, uniques dans la capitale, en font une zone de tolérance du commerce du sexe, qui semble profiter des bouleversements politiques et sociaux de la décennie. De fait, la moralisation de l’espace public souhaitée par les révolutionnaires et concrétisée par un arrêté de la Commune de Paris le 4 octobre 1793 contre le raccrochage des « femmes de mauvaise vie » dans les lieux publics et la vente d’ouvrages obscènes a échoué à impulser la reprise d’une politique prohibitionniste en matière de prostitution et à mettre un terme à l’économie sexuelle du Palais-Royal. 
L'activité sexuelle y était frénétique: des spectacles érotiques, « scandaleux » selon les rapports de la police de l'époque, se déroulaient dans le sous-sol et les prostituées mettaient tout en place pour raccrocher leur clients. Les salles de théâtre étaient un terrain de chasse naturel:


Rétif, les 32 filles
« Les femmes publiques remplissent un tiers de la salle, en occupent les places les plus distinguées […] et concluent sans retenue des marchés honteux qui font frémir l’oreille chaste qui les entend » ...
« Le libertinage le plus effronté et le plus scandaleux se montre au Palais-Égalité, les filles prostituées ne gardent plus de mesure ; leurs propos, leurs actions font rougir la pudeur la moins farouche. C’est en plein jour qu’on les voit se livrer à tous les excès de leur impudence »**
Promenade du Jardin du Palais Royal (s.d.)
Les mœurs et les filles du Palais-Royal seront décrites par Louis-Sébastien Mercier et Rétif de la Bretonne qui lui dédia un livre « Aux filles de l'allée des soupirs » avec des portraits de 32 prostituées. Un auteur anonyme publiera une La liste et complète des plus belles femmes publiques du Palais (1793). Le commerce sexuel se fait à la vue de tous, sans retenue et peut-même être consommé en plein air, dans le jardin. « Les bancs installés le long des allées de ces jardins offrent en effet la possibilité d’effectuer des actes sexuels rapides et relativement discrets à la nuit tombée.»* 
 À l'époque de la Révolution le commerce s'appuyait aussi sur les boutiques des galeries qui vendaient des articles de mode, du tabac, etc, mais dont la véritable vocation était bien autre. « Le Palais-Royal, c'est le lieu où les filles de boutique se font putains, et le putains se font filles de boutiques », écrivait-on dans un pamphlet anonyme.
Charles-Louis Desrais, Le serail en boutique (RMN)
« C'est surtout pendant les désordres de la révolution, que les prostituées de Paris prirent l'usage de se mettre en boutique; on comptait plus de vingt de ces établissements dans le Palais-Royal (Palais-Égalité), et sur ces vingt, huit se trouvaient dans les anciennes galeries de bois. Elles avaient adopté pour enseignes des vases remplis de poudres de différentes couleurs qu'elles disposaient d'une manière particulière que tout le monde connaissait, et que les plus élégantes entremêlaient de fleurs de la saison. » (Alexandre-Jean-Baptiste Parent-Duchatelet, De la prostitution dans la ville de Paris, considérée sous le rapport de l'hygiène publique, de la morale et de l'administration, Paris, 1836)

Un rapport de 1802 du ministre de la Police Joseph Fouché énumère trente mille filles publiques à Paris. Deux ans plus tard, sous Napoléon, la préfecture légalise officiellement les maisons de tolérance. Il y en aura 180 en 1809 et 200 en 1840! Pourtant le raccrochages dans les lieux publiques était encore très pratiqué. En 1815 Jean-François-Pierre Déterville montre du doigt dans un pamphlet les mœurs indécents des habitués du Palais-Royal (redevenu Royal après la chute de Napoléon):

F. Courbin, Scène de jeux au Palais-Royal
« On l'appelle la Capitale de Paris ; tout s'y trouver mais mettez là un jeune homme ayant vingt ans et cinquante mille livres il ne voudra plus, il ne pourra plus-sortir ce lieu de féerie, il deviendra un Renaud dans le palais d'Armide; et si ce héros y perdit tant de temps et presque sa gloire, notre jeune homme y perdra le-sien, et peut-être sa fortune : ce n'est plus que là désormais qu'il pourra jouir; partout ailleurs il s'ennuiera. Ce séjour enchanté est une petite ville luxueuse, enfermée dans une grande ; c'est le temple de la volupté, d'où les vices brillants ont banni jusqu'au fantôme de la pudeur. Il n'y a pas de guinguette dans le monde plus gracieusement dépravée ; on y rit, mais c'est de l'innocence qui rougit encore. En faisant le tour, vous trouvez tout
-ce que vous pouvez désirer. Jeux, spectacles, cafés,traiteurs, cabinet de lecture, femmes très-douces et très accommodantes à tous prix. Là, on peut tout voir, tout entendre, tout connaître; il y a de quoi faire d'un jeune homme un petit savant en détail; mais c'est ainsi que l'empire du  libertinage agit sur une jeunesse effrénée qui; répandue ensuite dans les sociétés, y promène un ton inconnu partout ailleurs, l'indécence sans passion. Le libertinage y est éternel; à chaque heure du jour et de la nuit, son temple est ouvert et à toute sorte de prix. » (Jean-François-Pierre Déterville, Le Palais-Royal ou les Filles en bonne fortune, 1815)
La morale bourgeoise s'installe graduellement dans l'opinion publique et au pouvoir, les choses évoluent: en 1823 le préfet de police édicta un règlement concernant les maison de tolérance qui restera en vigueur jusqu'en 1946 et qui interdisait « aux femmes publiques de se présenter sur la voie publique ».

Ce n'est que à partir de 1830 que le Palais-Royal commence à perdre son aura de lieu de perdition : sous Louis-Philippe la prostitution y est officiellement bannie et se déplace peu à peu vers les boulevards.
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* Clyde Plumauzille, « Le « marché aux putains » : économies sexuelles et dynamiques spatiales du Palais-Royal dans le Paris révolutionnaire », Genre, sexualité & société [En ligne], 10 | Automne 2013, mis en ligne le 01 décembre 2013, consulté le 16 mars 2016. URL : http://gss.revues.org/2943 ; DOI : 10.4000/gss.2943\

** Rapport général des mœurs et esprit public du 14 floréal an VI, cité par C. Plumauzille.

(Images: Bnf, Gallica, Brown University Library, RMN)

(Pour une histoire générale du Palais-Royal voir le guide rédigé par Ulrike Kasper, disponible sur iPhone/iPad ou sur les smartphones Android.)